La storia di Lorenzo Ricci

Sono cresciuto in un piccolo paese della pianura padana, dove più in basso di così c’è solo il mare. Fin da piccolo ho ascoltato con interesse il suono delle campane del campanile, il canto delle tortore al mattino presto e tutta la musica che usciva dallo stereo di mio padre. A sette anni ho ricevuto in regalo il mio primo strumento musicale: una tastiera Bontempi.

Ricordo che passavo i pomeriggi a fare esperimenti compositivi e finivo spesso con l’attivare i ritmi tutti insieme, al massimo della velocità e del volume, e ne veniva fuori un'abominevole e divertente pulsazione che faceva inspiegabilmente urlare mia madre: “Lorenzoooooo!!”

Più avanti mi regalarono una chitarra con le corde di metallo. Erano così dure che per fare un accordo dovevo soffrire terribilmente, roba da farsi sanguinare le dita. Un giorno però, un’educatrice bionda coi riccioli, m’insegnò il Sol Maggiore e incredibilmente suonavo e non sentivo più dolore alle dita!!
E allora giù a suonare!! Dei bei concertoni solo di Sol Maggiore per i miei genitori e il mio fratellino.
Sono poi passati un po’ di anni e dopo aver imparato qualche accordo in più, quando ero oramai un ragazzo, ho iniziato a cantare e suonare nel mio primo gruppo rock: sale prove in cantine umide e puzzolenti, cartoni di uova alle pareti, amplificatori rotti e chitarre scordate, ma anche tante feste, amici e notti indimenticabili. Avevo scoperto che ero bravo a cantare (molto più che a suonare la chitarra) e che da grande volevo fare il cantante. Andavo allora ovunque ci fosse occasione di cantare ed esibirsi. In quegli anni ho conosciuto tante persone e anche alcuni grandi musicisti che porto nel cuore, con i quali ho fatto un importante pezzo di strada, ma non riuscendo a vivere solo con il canto, visto che ero ormai un piccolo ometto, mi sono trovato per caso (ma io mica ci credo al caso) a guadagnarmi da vivere facendo il mimo nelle opere liriche. Io non sapevo niente, non sapevo neanche che potesse esistere un lavoro come quello, ma mi buttavo e imparavo in fretta. E così ho cominciato a viaggiare per l’Italia, di teatro in teatro e di opera in opera. Era meraviglioso conoscere ballerini, attori, musicisti, cantanti, registi e coreografi.
Ogni incontro era per me un arricchimento e poi potevo assistere alle prove d’orchestra e sentire suonare insieme tutti quegli strumenti che non avevo mai sentito dal vero. Poi, sempre per caso (ma ho già detto cosa penso del caso), mi sono ritrovato al Piccolo Teatro di Milano, con un contratto da attore. A volte la vita è davvero imprevedibile. Si trattava di uno spettacolo per bambini che parlava di una gabbianella e di un gatto che le avrebbe insegnato a volare. La compagnia era fatta di persone straordinarie dalle quali ho imparato tantissime cose, ma nel mio cuore c’era ancora il profondo desiderio di cantare ed essere un musicista e così, dopo tre anni di spettacoli sono tornato a casa e mi sono messo a studiare. Volevo sapere come fare a scrivere, a comporre la musica e allora il caso ha guidato i miei passi a Modena dove mi sono iscritto al corso di composizione musicale. Anche qui non sapevo niente, ma ho incontrato un grande maestro che oltre ad amare i gatti, amava molto anche insegnare ai suoi studenti e da lui ho cercato di imparare tutto quello che ho potuto. In quegli anni erano successe anche tante altre cose che non ho raccontato (perché non posso raccontare tutto) ma basti dire che, mentre studiavo la musica, m’era venuta l’idea di rendermi utile e usare i suoni per aiutare le persone a stare un po’ meglio (oggi si dice salutogenesi). Così frequentavo anche l’università per diventare un terapista. Studiavo tutto il giorno. Avevo affittato una piccola stanza in casa con altri studenti e quando non ero in conservatorio o all’università, ero lì a preparare gli esami o a correggere le quinte parallele dei miei corali.
M’ero da poco laureato, che un’amica mi chiese se volevo insegnare musica ai bambini. Io i bambini non li sopportavo e non ne sapevo niente, ma dovevo pure guadagnarmi da vivere e così mi son trovato, dalla solitudine della mia stanzetta, al chiasso di una scuola dell’infanzia, circondato da mostriciattoli di tre anni, che mi si arrampicavano sulla schiena e cercavano di dare zampate alla mia chitarra. Che salto nel vuoto. Anche qui non sapevo nulla, ma i bambini sanno essere a loro modo pedagogici e se non vuoi soccombere, devi trovare una strategia per interessarli e coinvolgerli. Per questo scopo mi servivano canzoni adatte alla loro età e così cercavo dappertutto materiale musicale, ma se da un lato c’erano le tradizionali canzoni (ormai esauste) che si tramandano oralmente da almeno 40 anni nelle scuole d’infanzia, dall’altro lato, trovavo solo cose di bassa qualità, che non mi convincevano per niente. Una musica – mi dicevo – anche se è per bambini piccoli, deve essere suonata bene, con suoni belli, veri, “genuini”. Non sopportavo quelle produzioni musicali “di plastica” che erano una sciacquatura di piatti della musica leggera, realizzate con batterie elettroniche, midi file e spesso cantate male e in fretta.
Mi serviva altro e così, ho iniziato a comporre. È sempre la necessità che muove la creatività: era inverno e dovevo raccontare qualcosa sulla natura e la stagione fredda, così è nata la canzone Il Piccolo Semino.

A volte sono le maestre che chiedono una canzone su un tema specifico o le ricorrenze dell’anno o i bambini che vogliono sentire una canzone su un animale inventato o su un personaggio spaventoso e così nasce una canzone dopo l’altra.
Ma non tutte le canzoni funzionano, ogni canzone deve superare “il collaudo”: bisogna vedere se piace ai bambini e lo si vede subito perché, se non piace, non c’è verso di catturare la loro attenzione. Allora, se non è proprio da buttare, la si può sistemare aggiustando le parole, sistemando i ritornelli, tagliando una strofa, fino a che non fila via liscia e quando la canti hai davanti a te tanti occhi che ti fissano, pieni di curiosità.
Ho così iniziato a lavorare in tante scuole e con l’Associazione Il Flauto Magico di Formigine, ho iniziato anche a insegnare propedeutica musicale e musica d’insieme ai bambini, dopo la scuola. Ho dimenticato di dire che nel frattempo mi ero sposato e avevo avuto il mio primo figlio Dino, al quale è poi seguita Nina, la seconda, e mentre cercavo di imparare come si fa il papà, con gli amici musicisti del Flauto Magico, abbiamo creato un’orchestra con gli allievi della scuola. Io scrivo le partiture e cerco di dirigerla meglio che posso. Proviamo regolarmente e suoniamo ad ogni occasione. Ho anche un duo con un fisarmonicista senza capelli come me e facciamo tanti concerti per bambini nelle scuole o nelle feste di paese.
Le cose evolvono naturalmente e inspiegabilmente, qualche anno fa, alcuni genitori di bambini disabili mi hanno chiesto di poter fare musica con i loro figli e così ho iniziato a confrontarmi con questa nuova necessità e mi sono ricordato di quanto la musica possa fare nel sostenere i processi di crescita, di apprendimento e di integrazione. La musica come strumento di salutogenesi o anche di terapia. Oramai mi occupo quasi esclusivamente di bambini con bisogni speciali e uso la musica per offrire loro un’esperienza artistica gratificante che possa riscaldare, potenziare e sostenere il loro cammino. Adesso sono principalmente loro ad ispirare le mie canzoni, fino a che qualcosa di nuovo non busserà, per caso, alla mia porta.